Alcuni decenni fa, quando veniva ipotizzato l'uso della leva fiscale per incentivare o disincentivare determinate forme di impieghi bancari, l'idea veniva immediatamente respinta perché, in questo modo, si riteneva venisse lesa la cura unitaria della funzione creditizia e, soprattutto, fosse segmentato il mercato. Da allora di acqua ne è passata sotto i ponti e oggi sembra non suscitare alcuna reazione il fatto che si possa programmare, da parte del governo, l'utilizzo selettivo dell'imposizione in relazione ai comportamenti che le banche terranno, per esempio, nell'attuazione della moratoria dei debiti delle imprese e delle famiglie. È singolare, però, che nello stesso governo si sia pensato alla previsione di una tassa alla quale assoggettare gli istituti di credito che beneficino dei Tremonti bond o semplicemente fruiscano dell'astratta possibilità di una tale emissione, accrescendo così l'onere del ricorso già elevato e non in linea con il mercato. E ciò, mentre si prospetta da più parti una revisione di alcune forme impositive che colpiscono le banche con lo scopo di ridurre gli svantaggi competitivi con la concorrenza estera e di contribuire alla ripresa del flusso dei finanziamenti. Naturalmente l'auspicio è che la brillante idea della nuova tassa abbia vita difficile. All'opposto, è diffuso anche nell'Esecutivo il convincimento che un qualche intervento occorrerà per limitare l'anomalia della normativa fiscale che pone limiti stringenti alla deducibilità dell'imponibile delle svalutazioni su crediti, in contrasto con ciò che avviene nei principali paesi europei. Insomma, esiste un'area – dalle perdite su crediti agli stessi interessi passivi – nella quale un intervento fiscale agevolativo si giustificherebbe per esigenze di competitività.
È un dato di fatto, in ogni caso, che la possibilità di dedurre le perdite su crediti solo per lo 0,3% dell'insieme degli impieghi (diluendo il resto in 18 anni) crea un rilevante squilibrio concorrenziale che, di per sé, andrebbe affrontato. A loro volta, gli istituti ricordano che le sofferenze sono sinora aumentate fino a raggiungere, a settembre, la cifra di oltre 50 miliardi rispetto al 2008, con un incremento di circa il 25%, rispetto allo stesso periodo dell'anno passato. Insomma, si sta assistendo a un deterioramento della qualità del credito che vede opposti il mondo bancario e quello confindustriale: entrambi, tuttavia, trascurano ( o vogliono trascurare) le più recenti e autorevoli analisi, secondo le quali dietro il rallentamento c'è un problema sia di offerta sia di domanda, considerato il peggioramento della situazione delle piccole e medie imprese.
Posta, dunque, l'opportunità di un intervento diretto, è ovvio che la sua inclusione nella Finanziaria esige una considerazione globale delle misure da adottare. Sarebbe fuor di luogo un metodo che ricorresse a valutazioni a pezzi e bocconi, avulso da un quadro d'insieme (che dovrebbe includere il taglio dell'Irap, la tassazione cedolare degli affitti, una serie di altre spese, eccetera). Tanto più perché il governo si è precluso la via di una efficace manovra, capace di incidere pure sulla spesa e di avviare le riforme di struttura. Dunque, le pur fondate esigenze del sistema bancario debbono formare oggetto di una valutazione complessiva, alla luce delle priorità e delle urgenze che saranno definite per una Finanziaria che, tuttavia, avrebbe potuto essere di ben diversa portata e qualità. Devono fare i conti, queste esigenze, con la necessità di incidere sull'economia reale, essendosi detto che i problemi dei finanziamenti sono anche problemi di domanda.
Il fatto, comunque, che un autonomo intervento di alleggerimento fiscale si giustifichi da sé, e non in una logica negoziale, non significa che le banche non debbano fare la propria parte, soprattutto in questa fase di lenta fuoruscita dalla crisi, quando non si è più (nelle straordinarie difficoltà che abbiamo viste) e non si è ancora (in una situazione nella quale si può essere tranquilli).
E in questo campo occorre procedere speditamente, dando anche visibilità a comportamenti auspicabilmente coerenti ed efficaci. Si ritorna alla irrisolta questione di questi anni. Gli istituti dovrebbero evitare di agire di rimessa o, addirittura, solo quando sono sospinti a modificare i propri comportamenti dall'impiego, ad opera del governo, del bastone e della carota che, alla fin fine, appare come un metodo giustificato dalle inerzie o dalle resistenze burocratiche ovvero, ancora, dall'attendersi, da parte dello stesso mondo bancario, l'utilizzo degli accennati strumenti per gli equini che vengono visti, paradossalmente, come una vis haud ingrata, un gradita pressione.
Un caso che potrebbe fare scuola è quello della moratoria dei debiti delle famiglie. Il mondo delle banche, scuotendosi da una tendenza flemmatica-inerziale su questi temi, per una volta ha preso l'iniziativa, evitando di farsi superare dal Tesoro, e ha deciso l'indirizzo di concedere, a partire dal prossimo anno, una moratoria, in particolare per il rimborso dei mutui, a clienti che si trovino in una serie di difficili condizioni. È stato aggiunto che l'operazione si sarebbe prevalentemente caratterizzata per riportare a organicità – una sorta di reductio ad unum – misure e provvedimenti già adottati in diverse aree del settore creditizio. La decisione è stata diffusamente apprezzata. Eppure, a tutt'oggi non è ancora emerso un chiaro indirizzo applicativo, mentre articoli di stampa segnalano l'insorgere di alcune difficoltà, si spera prevalentemente tecniche.
Questa moratoria, comunque, non può essere una mera summula di decisioni già adottate da questo o quell' istituto. C'è, invece, bisogno di procedere con decisione e chiarezza anche innovando.
E lo stesso deve avvenire nella selezione del merito di credito, sulla quale si sta insistendo da tempo. Progredire in questo versante, essere bravi banchieri anche quando le cose non vanno ancora bene, è l'imperativo per i vertici delle aziende di credito. Fino a quando questa necessità non sarà pienamente introiettata, la prassi del bastone e della carota potrà trovare sempre facile attrazione. È necessario uno scatto, da parte del sistema bancario. C'è un'immagine da ricostruire; sono i rapporti con la clientela che debbono subire una generalizzata evoluzione. Lo sollecitano quanti non sono certamente ostili alle banche, ma sono consapevoli che quella indicata è la via maestra per renderle meno esposte agli attacchi demagogici e per servire meglio gli interessi generali. Senza la compenetrazione nei quali, come insegna la crisi, anche gli interessi strettamente aziendali non sono efficacemente tutelati. (riproduzione riservata)