Milano Finanza
Numero 235  pag. 1 del 28/11/2009 | Indietro

ORSI & TORI

Di Paolo Panerai


Gli eccessi si pagano. Sempre. E che Dubai crescesse sugli eccessi era chiaro a tutti da tempo. Come era chiaro che nella città senza petrolio degli Emirati Arabi Uniti aleggiasse da tempo la cultura del non pagare. Lo sanno bene alla Camera nazionale italiana della moda, che non è mai stata pagata per la consulenza che è stata prestata a una società, Maven (non è chiaro se controllata alla fine da Dubai world), organizzatrice di grandi sfilate. La Camera ha chiuso comunque in positivo l'operazione perché ha portato per tre volte a sfilare molti marchi italiani, ma appunto gli impegni nei suoi confronti non sono stati rispettati.

Naturalmente, sulla richiesta di moratoria di sei mesi per 59 miliardi di dollari di debiti bancari sta pesando non solo la filosofia dell'eccesso, ma anche il fatto che l'esagerazione sia stata costruita su una terra senza petrolio nel sottosuolo. La valorizzazione del deserto è stata così condotta con l'eccesso di realizzazioni immobiliari di tutti i tipi, ma con una costante: dover sorprendere per la loro dimensione, il loro sfarzo, sprizzando lusso (molto pacchiano) da ogni metro quadrato costruito. E senza petrolio e con la crisi immobiliare che da New York ha contaminato, come fosse influenza suina aggressiva, anche la città del Golfo, preannunciare nella giornata di giovedì 26 il default è diventato inevitabile.

La scossa che da Dubai è arrivata alle borse è stata pesante nella giornata stessa dell'annuncio, ma già il giorno dopo la musica è cambiata. Per una semplice ragione. Riflettendo 24 ore, il mercato ha capito che questa volta a subire perdite non saranno quasi sicuramente le banche occidentali che hanno concesso i crediti. Ma ci sarà un intervento di salvataggio dell'altro emirato, Abu Dhabi, che è anche la capitale dell'Unione, che è ricchissimo di petrolio, che esprime il governatore della stessa Unione e che di fatto ha lavorato in questi anni per attuare un piano del tutto diverso da quello di Dubai.

L'italiano che più conosce la realtà dei due emirati è il presidente della Fiat e della Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo, che ha la holding di Abu Dhabi (Mubadala) nel capitale della casa di Maranello e che ha costituito con la stessa holding più joint venture per le attività di arredamento della holding Charme, di cui la sua famiglia ha il controllo. In tempi non sospetti sia Luca sia il figlio Matteo Montezemolo spiegavano che il progetto di Dubai presentava molti dubbi e che se fosse andato in porto avrebbe comunque fatto dell'emirato e della città una sorta di Cancun messicana, cioè una realizzazione per gente danarosa ma senza particolare classe. Esattamente il contrario di Abu Dhabi.

La capitale dell'Unione, sia per la visione assai più lucida e illuminata del suo emiro sia per le ricchezze vere derivanti dal petrolio, sta avendo uno sviluppo misurato e nel segno della grande qualità. Talvolta la similitudine dei nomi può aver creato confusione, ma se Dubai era e forse continuerà sulla strada di Cancun, Abu Dhabi sarà la sede del museo arabo del Louvre di Parigi e di molte altre istituzioni culturali, sarà ricca di palazzi e alberghi realizzati nel segno dell'eleganza e non dello sfarzoso eccesso.

Un segnale di quanto poteva accadere a Dubai veniva anche dal mondo del calcio, con le sconsiderate (per gli importi pagati) acquisizioni di squadre inglesi e per l'offerta di cifre astronomiche a giocatori sul viale del tramonto.

L'importante è che una politica sbagliata delle autorità di Dubai si sia trasformata nella caduta verticale dei mercati per un sol giorno. Finora, dopo l'annuncio di giovedì 26, nessuno, né da Dubai né da Abu Dhabi, ha pronunciato parola. Ma c'è un altro elemento che ha convinto il mercato a ritenere che Abu Dhabi interverrà: la banca centrale dell'Unione ha infatti sede ad Abu Dhabi, il vertice della banca è di Abu Dhabi, quindi, così come gli Stati del mondo occidentale si sono fatti carico dei crack minacciati di varie banche, altrettanto dovrà fare il governatore della banca centrale.

Ci saranno, certo, meno ricchezze da investire nel mondo occidentale da parte di Abu Dhabi, ma intanto il contagio potrà essere sottoscritto e curato all'interno dell'Unione. Del resto, la malattia è della stessa natura che ha provocato la crisi finanziaria globale a partire da metà agosto del 2008. La bolla immobiliare è esplosa e la deflagrazione è stata potente. Per fortuna, se chi ha fatto il botto è importante, chi è in grado (e in dovere) di intervenire è assai più forte sia culturalmente sia finanziariamente.

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Chi lo chiama Lo squalo è perché ne conosce la determinazione nell'assalire i problemi, anche quelli più complessi. E meno male che sul mercato della comunicazione c'è lui, Rupert Murdoch, capo di News Corp., il più potente gruppo multimediale al mondo essendo ricco di giornali (da The Times di Londra al The Wall Street Journal di New York), di società di produzione cinematografica come Fox, di canali televisivi americani sempre con il marchio Fox e quelli inglesi con il marchio BSkyB, di quelli ben conosciuti in Italia con il marchio Sky e fra poco Cielo sul digitale terrestre.

Dopo poco aver acquistato Dow Jones e quindi The Wall Street Journal, che possedeva ben 1 milione di abbonati paganti all'edizione internet, Murdoch, convinto che il modello internettiano dovesse essere tutto gratis, annunciò che avrebbe eliminato per il primo quotidiano economico al mondo la tariffa di abbonamento. Era convinto che tutti i costi e i guadagni potessero essere garantiti dal fatturato pubblicitario. Si era lasciato condizionare dal fatto che quel milione di abbonamenti di The Wall Street Journal, alla tariffa di 80 dollari l'anno, fatturava appena 80 milioni di dollari, contro ricavi dalle edizioni cartacee miliardari (in dollari).

Ma da persona intelligente e flessibile qual è non ci ha messo molto a comprendere che, offrendo tutto gratis su internet, gli editori di tutto il mondo si stavano suicidando e finendo per arricchire solo quella macchina incredibile, per efficienza e per capacità di furto, che è Google.

Come prima cosa, quindi, pochi mesi fa ha annunciato: contrordine, compagni. Le notizie devono essere fatte pagare, e così ha cominciato a elaborare una strategia di incasso per i contenuti dei suoi numerosi siti. Tuttavia, è ben consapevole che oggi sulla rete è dominante Google non solo come motore di ricerca imbattibile ma anche come raccoglitore di informazione. Quindi, dopo aver annunciato una pesante azione legale contro l'onnipotente motore di ricerca, ecco l'idea geniale con la determinazione dello squalo.

Non certo l'idea di togliere da subito dalla rete le notizie contenute nei suoi giornali e siti, visto che così i suoi contenuti e i suoi marchi sarebbero rimasti esclusi dalle ricerche di Google, dai rinvii ai siti di News Corp., determinando quindi una caduta di traffico sugli stessi e quindi vedendo compiersi un calo massiccio di raccolta pubblicitaria. Bensì l'idea di aiutare a svilupparsi l'unico concorrente potenziale di Google, quella Microsoft che è riuscita a diventare dominante per il software ma che finora ha sempre perso rispetto ai contenuti.

Nasce da qui l'annuncio che News Corp. sta trattando con la creatura di Bill Gates per sviluppare e rivitalizzare il motore di ricerca Bing, che non è mai decollato, concedendogli in esclusiva i contenuti del grande gruppo multimediale, naturalmente a pagamento. È bastato uno scarno annuncio per far capire agli editori di tutto il mondo che questa è la strada giusta per sottrarsi al furto inevitabile di Google, che appunto è prosperato potendo rendere accessibili i contenuti di tutto il mondo senza pagare una lira, per l'errore madornale degli editori stessi di far accedere a tutta la loro produzione sulla rete gratis e senza criptatura. Di fatto, da anni Google sta raccogliendo centinaia di miliardi di dollari senza avere un costo che sia uno per i contenuti che attraggono tutti gli internauti sul suo motore di ricerca.

Sfruttando l'esigenza di Microsoft di dover recuperare terreno dal concorrente Google, specialmente dopo il fallimento dell'acquisto di Yahoo!, Murdoch ha indicato una stella polare a tutti i suoi colleghi editori di carta stampata ma anche di contenuti su internet: non concederli più gratuitamente e riservarli, per la fruizione attraverso un motore di ricerca, contro pagamento, appunto a Bing. Se l'idea sarà compresa, sarà cancellato il monopolio di fatto di Google, poiché senza contenuti anche il più potente motore di ricerca della Terra sarà costretto ad accettare di pagare i contenuti di milioni di editori.

Per gli editori si apriranno così due opzioni principali, Google e Bing, più tutte le altre più piccole ma significative, a cominciare da Yahoo!, che certo non potrà reggere alla polarizzazione di tutto il traffico su due motori e dovrà esso stesso offrire di pagare i contenuti.

Probabilmente per gli editori sarà la salvezza o comunque sarà chiaro per tutti gli utenti di internet che l'ubriacatura del tutto gratis è finita e che chi vuole notizie e servizi di qualità deve pagare. Gli operatori e i fruitori di internet dovranno rassegnarsi a dire: com'era bello. Bello, ma non poteva durare, così come non poteva durare Dubai. Gli eccessi si pagano sempre. Ma soprattutto per avere si deve pagare. Lo dicono anche nel deserto: pagare moneta, vedere cammello.

E con questa restaurazione sarà salva anche la democrazia. Perché non potrà mai esistere una democrazia senza giornali, senza i quali sarebbe svuotato il motto latino scripta manent verba volant e il mondo non avrebbe più la certezza di quanto viene scritto. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai

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