Per promuovere la crescita sostenibile e l'occupazione – scrive la Bce nel suo Bollettino mensile – saranno necessari un mercato del lavoro flessibile e incentivi al lavoro più efficaci. Ci si attende che l'economia dell'eurozona cresca a ritmo moderato nel 2010 ed è probabile che, comunque, il recupero risulti discontinuo. È ugualmente probabile che i livelli ancora modesti della produzione e degli scambi nell'area, nonché la persistente incertezza circa le prospettive delle imprese frenino la domanda di prestiti bancari nel breve termine. L'altro ieri, con maggiore chiarezza, Mario Draghi aveva riproposto la necessità di definire una exit-strategy, anche se aveva rilevato che non è ancora venuto il momento per realizzarla concretamente. Aveva, in ogni caso, ribadito la necessità di darsi carico per tempo, a livello globale, dell'acuto problema di uno dei lasciti della crisi consistente nell'elevatezza del debito pubblico e privato, soprattutto in previsione di ciò che potrebbe accadere se i tassi di interesse dovessero risalire. E, si potrebbe aggiungere, se si dovessero verificare impatti sulla situazione economica e sociale di Paesi come la Grecia.È in tale contesto che si colloca la situazione italiana con riferimento all'economia reale e a quella finanziaria. Non si può certo parlare di forte ripresa leggendo che la produzione industriale a ottobre è aumentata dello 0,5% su base mensile, a fronte del -5,1% a settembre; rispetto all'ottobre dello scorso anno, invece, la diminuzione è del 14%, migliore del –15% segnato a settembre (se tanto può soddisfare_). Si può allora parlare solo di flebile segnale di risalita. Ciò, comunque, non basta a soprassedere ancora alla promozione di stimoli adeguati per l'economia che la stessa Bce ritiene essenziali per l'area, insieme con il riequilibro della finanza pubblica.
Ma come si riflette tutto ciò nei rapporti tra banche e imprese? È presto per esprimere una valutazione sull'andamento della moratoria dei debiti di queste ultime nei confronti delle prime. I dati resi noti riguardano solo le prime settimane dell'applicazione della normativa concertata. Non sono negativi, ma non sono tali da giustificare solide proiezioni. A ottobre sono state accolte 27 mila domande di moratoria per un totale di 2 miliardi. Le richieste nello stesso mese sono state 50 mila circa (quanto alla differenza con le istanze accolte, occorrerà attendere ancora per conoscere l'esito dell'istruttoria delle rimanenti 23 mila). Mancano anche dati sui tempi medi delle istruttorie e, più in generale, sui rapporti con la clientela che non sempre è apparsa soddisfatta del trattamento ricevuto, soprattutto nelle strutture periferiche. Comunque, anche sulla base di questi primi risultati – che dimostrerebbero quanto meno la concretezza dell'avvio della nuova procedura – l'Abi ha riproposto il tema del riequilibrio del regime fiscale e normativo al quale sono soggette le banche, con particolare riferimento alla deducibilità delle perdite. Come si ricorderà, il ministro dell'Economia aveva subordinato alla positiva realizzazione della moratoria la possibilità di concedere agli istituti di credito alcune delle modifiche in materia tributaria più volte richieste dalle banche, indipendentemente dall'impegno alla moratoria. Negli ultimi mesi, il deterioramento del credito si è aggravato, tanto che si prevede che nel medio periodo le perdite su crediti, a livello di sistema, potranno raggiungere 20 miliardi, a fronte dei 5,5 miliardi del 2007. Nel primo semestre di quest'anno, le rettifiche di valore dovute al deterioramento sono state pari a 9 miliardi. A fronte di ciò, va aggiunto che nell'eurozona le banche possono ora contare su una maggiore liquidità e capacità di finanziarsi sul mercato.
In sintesi, le difficoltà del rapporto tra istituti di credito e aziende continuano a essere attribuibili a problemi di domanda e di offerta. Non è la stessa situazione determinatasi nel pieno della crisi finanziaria, ma l'evoluzione è ancora lenta. Si ha quasi la sensazione che anche le innovazioni modeste, come la normativa sulla moratoria, al momento della loro messa in opera vedono ancor più depotenziata la loro efficacia, mentre anche in questo versante sarebbe quanto mai opportuno che le banche raccogliessero la sfida (come chiede la Bce per un altro aspetto, quello dell'irrobustimento patrimoniale) e si ponessero in grado di segnalare risultati non mediocri. Un tale comportamento sostanzierebbe ancor più la richiesta, fondata, di modificare determinate norme fiscali, le quali, oltre ad essere in alcuni casi illogiche, pongono le banche italiane in una situazione di svantaggio concorrenziale con gli istituti esteri. Quanto alle innovazioni normative, sarebbe necessaria una specificazione, considerato che queste non possono non essere coerenti con le nuove regole in corso di predisposizione da parte del Financial stability board e che, comunque, non sarebbe appropriata una contrattazione delle regole.
Ma se oggi il problema maggiore è quello del forte rallentamento del credito dovuto anche alla domanda di finanziamenti frenata dall'incertezza delle prospettive, allora da un lato deve agire la politica economica lungo le linee sopra richiamate e, dall'altro, oltre alla moratoria occorrerebbe assistere con garanzie pubbliche, secondo appropriate forme tecniche, categorie di nuovi crediti alle imprese (sotto un angolatura più generale, Ricardo Caballero, nella Lezione Baffi, ha affrontato il tema delle assicurazioni dei titoli nel corso di una crisi). È sulle garanzie che occorre incidere, al di là di quanto finora è stato fatto. Sarebbe il modo per togliere qualsiasi alibi a ostacoli o ritardi nell'erogazione dei finanziamenti. Non sarebbe in antitesi con la definizione di una exit-strategy, perché questa nuova misura potrebbe far parte, pur operando in un altro senso, di un insieme di provvedimenti in grado di avviare una strategia della specie quando ve ne saranno le condizioni, in particolare, nel momento in cui sarà opportuno provvedere al graduale rientro delle misure straordinarie, come afferma il Bollettino dell'Istituto di Francoforte. Infine, le banche dovrebbero dare un segnale molto più chiaro sullo stato di attuazione della moratoria per le famiglie, a proposito delle quali ieri si è riscontrato l'insoddisfacente andamento, a ottobre, dell'indice dei beni di consumo. Per esse la moratoria assume un ruolo ben più importante che per le imprese, mentre senz'altro inferiore è l'interesse delle stesse famiglie alla garanzia per i nuovi finanziamenti. (riproduzione riservata)