Vi sono temi che già nel corso della crisi finanziaria globale e ora nella fase di uscita, sia pure accidentata, compaiono e scompaiono dal dibattito pubblico. Un giorno vengono presentati come una specie di naso di Cleopatra per i destini del mondo, un altro giorno cadono nel dimenticatoio oppure si incamminano in un percorso carsico. Furia francese e ritirata spagnola. Se ne deve dedurre, quando si verificano queste due ultime eventualità, che la condizione precedente era eccessivamente enfatizzata oppure che, per il groviglio di posizioni strategiche e tattiche, si finisce per farsi degli autogol ovvero, ancora, che impera la politica dell'immagine? E che dire della riforma fiscale, prima presentata quasi come imminente, e poi collocata – come era stato anticipato su queste colonne - su un orizzonte temporale non breve per ragioni smitizzanti?Dopo la cosiddetta pax bancaria di due mesi fa tra il ministro dell'Economia e i principali banchieri, sembrano essersi spente sia le voci più agguerrite del mondo imprenditoriale – soprattutto di coloro che con felice espressione sono chiamati i piccoli - sia quelle del mondo creditizio. Naturalmente, che ritorni la pacatezza nel confronto o, meglio ancora, che siano eliminate le ragioni del contendere tra banche e imprese non può che far piacere, non potendosi, di certo, immaginare di poter crescere sulla conflittualità esacerbata tra le due categorie, pur essendo fisiologica - direi quasi benefica – una dialettica tra istituti di credito e imprese. Ciò, appunto, nel presupposto che le misure adottate, a partire dalla moratoria dei debiti delle aziende, siano il motivo della distensione e non altri, relativi, per esempio, all'attesa di provvedimenti fiscali agevolativi, per entrambe le parti, ovvero alla debolezza di alcune delle ragioni poste a base delle contestazioni imprenditoriali o, ancora, a posizioni abbastanza nebulose che emergerebbero in qualche area del sistema bancario.
Sono indizio di quest'ultima eventualità alcune recenti dichiarazioni di un banchiere non di secondo piano che sottolinea la selezione qualitativa degli affidamenti operata dalla sua banca e, prim'ancora, sostiene che occorre finirla con la concessione di finanziamenti ad aziende in difficoltà perché, diversamente, non si farebbe altro che prolungarne l'agonia; e, d'altro canto, le banche non sono enti di beneficenza. Ma, poi, lo stesso banchiere afferma che un'impresa non può essere valutata solo in base al bilancio e che bisogna erogare il credito in base alle prospettive. Insomma, il linguaggio tipico della Sibilla che, a proposito della sorte di chi partiva per la guerra, faceva leva sulla collocazione, nelle sue risposte, della famosa virgola, dal momento che, fuor di metafora, si dovrebbe ritenere che lo scrutinio non limitato al bilancio dovrebbe favorire quelle aziende che, pure in difficoltà, hanno progetti e prospettive meritevoli di credito, essendo abbastanza logico escludere che il suddetto riferimento voglia significare che anche nei confronti di aziende con un buon bilancio potrebbero essere adottate decisioni di chiusura o restrittive. Un esempio, dunque, di una certa indeterminatezza che continua a essere presente nella materia. E ciò, nonostante le continue sollecitazioni e prescrizioni del governatore della Banca d'Italia, il quale ha spesso formulato una sorta di decalogo di quelle che dovrebbero essere le caratteristiche dei banchieri che vogliano dar prova di bravura anche in tempo di crisi, che sappiano trasformare la condizione delle banche uscite indenni dalla tempesta in una posizione di vantaggio competitivo e in benefici per la clientela.
Del tutto in secondo piano sembra passato anche il progetto per la costituzione del fondo di private equity che dovrebbe favorire la ricapitalizzazione delle imprese minori e sostenerne l'eventuale aggregazione. I tempi lunghi che, per diverse ragioni, si profilerebbero per il decollo sottraggono questa misura al novero di quelle di rapido intervento, che in un primo tempo si era lasciato credere. Ma, dopo aver letto anche i dati del mondo dell'artigianato, dai quali emerge che solo il 15% delle imprese del settore ha fatto ricorso alla moratoria e che molte aziende trarrebbero beneficio da una sorta di clima nuovo che si sarebbe instaurato con le banche, proprio per l'avviso comune sulla moratoria stessa, si rafforza l'esigenza di maggiore trasparenza su come stiano effettivamente le cose. A livello macro, non si ha ancora evidenza di un'inversione di tendenza nei rapporti della specie, fino a poco tempo fa contrassegnati dal forte deterioramento della qualità del credito, dalla crescita del tasso di ingresso nelle sofferenze; più in generale, da una netta decelerazione dei finanziamenti, con diffusi fenomeni di restrizioni nello scrutinio del merito di credito. Si attende, comunque, di conoscere i dati definitivi, relativi allo scorso anno, delle stesse sofferenze – di cui è stata anticipata la sensibile crescita - delle perdite, delle partite anomale, eccetera, ma anche delle domande di nuovi crediti che non sono state accolte. Alcuni grandi istituti, per la verità, hanno negato un approccio restrittivo e hanno evidenziato come sia rimasta non utilizzata una parte significativa dei diversi plafond messi a disposizione delle medie e piccole imprese. Il problema resta dunque non solo di offerta, ma anche, e in alcuni casi soprattutto, di domanda, non risolvibile con sole misure creditizie.
Una radiografia della situazione si potrà, in ogni caso, avere il 13 febbraio, nell'annuale riunione del Forex, nella quale interviene, come da prassi, il governatore Mario Draghi, del quale si conosceranno gli ulteriori indirizzi agli intermediari per questa nuova fase. Intanto, però, non sarebbe fuori luogo che le parti direttamente interessate facessero un rendiconto completo degli effetti sinora registrati delle diverse misure per stimolare il credito alle imprese, nonché dello stato dei relativi rapporti. Lunedì scorso Jean Claude Trichet ha sottolineato la necessità, a livello globale, di eliminare ogni freno all'offerta di credito. L'economia mondiale procede nella lenta ripresa; le condizioni sono migliori di quel che ci si poteva attendere; ma restano indubbie fragilità, ha rilevato a sua volta Draghi facendo appello ai banchieri perché si astengano da attività fortemente rischiose. Insomma, il contesto internazionale, anche per la propulsione esercitata dalle autorità monetarie e di vigilanza, è meno ostico. Di ciò va tenuto conto anche all'interno del nostro Paese. (riproduzione riservata)