

Ahh!, finalmente qualche boccata di ossigeno e di sano ottimismo per il sistema economico e finanziario italiano. Dalla borsa, come MF-Milano Finanza aveva preavvertito qualche copertina fa, e dagli spread. Opera accurata dei due Mario che stanno segnando il destino degli ultimi mesi dell'Italia e dell'Europa. Ma non solo da loro, che pure sono bravissimi a interpretare il nuovo ruolo di capo del governo e di capo della Banca centrale europea. A dare il là è stata sicuramente l'operazione liquidità da 486 miliardi di euro che Draghi ha lanciato a metà dicembre finanziando le banche a tre anni a un tasso dell'1%. Per questo la copertina di MF-Milano Finanza di un paio di settimane fa diceva: «Quanto durerà il Draghi-rally?» mentre nel disegno di Sergio Manni il toro prostrato stava ricevendo la flebo direttamente dall'ex governatore della Banca d'Italia. La copertina di questo numero dice che il toro si è rimesso in piedi e che camminerà, se non galopperà, per alcune settimane almeno (ovviamente salvo imprevisti targati Germania). E la mossa di Draghi, che si appresta a replicare (la nuova asta per il finanziamento delle banche europee è fissata per martedì 28 febbraio), è stata di grand'effetto anche sullo spread, combinandosi bene con il lavoro di recupero di credibilità del presidente Monti, prima in Europa che in Italia, a conferma che andamento della borsa e dei tassi del debito pubblico sono strettamente connessi.
Ma la piccola svolta e le boccate di ossigeno hanno anche un'altra fonte: il venir meno, almeno temporaneamente, dell'accanimento contro l'Italia da parte di una speculazione feroce e che solo ora sembra essersi saziata.
Mentre è certo che i due Mario continueranno a fare con efficacia il loro lavoro, ma è proprio certo che la speculazione sia sazia e che quindi il sistema tornerà a respirare a pieni polmoni?
Si sa che dopo la tempesta torna sempre il sole. Si tratta di capire quanto il sole durerà e da questo punto di vista, per garantirlo, occorre non solo che non si abbassi la guardia ma che, come ripetiamo da mesi, sia affrontato ed estirpato il cancro che affligge l'Italia. Come ha affermato la quasi totalità di imprenditori, economisti, manager, politici, ministri e viceministri che hanno partecipato il 26 gennaio al forum «Tagliare il debito, Fare sviluppo» organizzato da questo giornale e dagli altri media di Class Editori, il cancro è l'eccesso di debito rispetto al pil che l'Italia ha in confronto agli altri Paesi europei. Fino a quando quel debito non sarà riequilibrato nell'unico modo possibile, cioè vendendo 300-400 miliardi di patrimonio dello Stato attraverso un Fondo da far sottoscrivere agli italiani, il pericolo che la speculazione riprenda fiato e lanci altri attacchi permane. Per una ragione molto semplice che l'ex ministro, Giulio Tremonti, spiega nel suo nuovo libro Uscita di sicurezza divulgato durante la trasmissione tv Porta a Porta di giovedì 2.
Insieme a molte opinioni dure e ardite, come quella secondo la quale il Financial stability board presieduto da Draghi (prima della Bce) in realtà avrebbe fatto il gioco del sistema bancario internazionale responsabile della crisi dell'agosto 2008, il professore di diritto tributario ha ricordato appunto che la crisi più grave della storia è stata provocata dal fatto che le banche hanno smesso di fare da intermediari fra il risparmio e il sistema produttivo e hanno utilizzato il denaro dei depositanti per operazioni finanziarie speculative, come quelle sui subprime diventati titoli supertossici. Ebbene, secondo Tremonti dal 2008 niente è stato fatto per dare regole alle banche che impediscano il ripetersi di simili sciagurate speculazioni. E la mancanza di nuove regole è, secondo Tremonti, responsabilità del Financial stability board che avrebbe dovuto dare i suggerimenti per la riforma del sistema ai governi, mentre, secondo l'ex ministro, non ha fatto altro che compiere una sorta di melina per consentire alle banche di riorganizzarsi e guidare l'attacco al debito degli Stati.
Che nuove regole non siano state varate è assolutamente vero, mentre non è esatto che il Financial stability board non abbia dato agli Stati le indicazioni per rimettere ordine e moralità nel sistema bancario e finanziario. Posso testimoniare, anzi, che Draghi si è impegnato allo spasimo perché i governi adottassero una serie di regole fra le quali, una delle più importanti, è l'abolizione di ogni valore contrattuale al rating delle agenzie sia sul debito degli Stati che sui titoli azionari. In pieno attacco contro l'Italia, nell'agosto scorso, Draghi al telefono mi ha letto la raccomandazione che aveva consegnato ai governi per mettere fuori gioco il rating, cardine di tutte le speculazioni poiché sulla base di esso hanno costruito i propri regolamenti gli investitori istituzionali, quali fondi pensione o fondi comuni di investimento: un tot di capitale raccolto nei titoli tripla A, un tot in doppia A, e via dicendo, con l'obbligo di vendere quei titoli quando il rating viene abbassato. È stato già descritto più volte ma giova ripeterlo cosa accade quando un'agenzia di rating annuncia che ha messo sotto outlook negativo uno Stato o un titolo: è l'inizio della valanga dalla quale la speculazione esce sempre vincitrice. Infatti, soprattutto gli hedge fund cominciano a vendere allo scoperto, potendolo fare e con la certezza che presto potranno ricomprare e consegnare i titoli venduti a prezzi molto più bassi, visto che vendita chiama vendita. Ma soprattutto che l'outlook negativo si trasforma nel 99% dei casi in un abbassamento o downgrade del rating, obbligando quindi i fondi istituzionali a vendere. Ecco che la valanga si ingigantisce e scende sempre più velocemente verso il basso, fornendo agli speculatori i titoli da acquistare per consegnare quelli venduti allo scoperto a prezzi sempre più bassi.
In un venerdì nero, quando in agosto avevano cominciato a circolare voci che anche il rating della Francia sarebbe stato abbassato, l'allora governatore Draghi mi disse letteralmente al telefono: «Abbiamo consegnato un dossier completo per far annullare il valore contrattuale del rating, ma soprattutto le istituzioni dell'amministrazione americana non hanno voluto saperne».
Quindi l'osservazione di Tremonti che il Financial stability board, nato per ridisegnare le regole del sistema finanziario e bancario mondiale, non abbia ottenuto risultati concreti non è peregrina né infondata, ma la responsabilità è dei governi e in particolare del governo americano, come ha ben spiegato nell'intervista a MF-Milano Finanza di fine anno Gianluigi Gabetti, salvatore del gruppo Fiat e ora presidente onorario della holding Exor. Il titolo dell'intervista era chiarissimo: «Via la finanza dal tempio». Tempio come banca perché, con profonda conoscenza del sistema americano e delle sue banche, Gabetti aveva constatato direttamente nell'estate del 2008 come le banche, grazie alla grande liquidità, usassero il denaro dei depositi solo per operazioni finanziarie destinate a realizzare profitti astronomici. «Per secoli le banche sono state un investimento da cassettista, con utili relativamente bassi», ha aggiunto Gabetti nell'intervista, «mentre negli ultimi anni i loro utili hanno stupito il mondo». E Gabetti ha indicato anche l'atto che ha consentito la profanazione del tempio: la decisione del presidente Bill Clinton di eliminare ogni barriera fra l'attività delle banche d'affari e quella delle banche commerciali. Una separatezza che era stata garantita per decenni dal Glass Steagall Act che appunto Clinton decise di abolire.
Il presidente Barack Obama si era proposto di ristabilire le regole. Durante una conferenza stampa dietro di lui era comparso l'altissimo ex presidente della Federal Reserve, Paul Volcker che aveva messo a punto la così detta Volcker roule; ma poi, è la considerazione di Gabetti, il nuovo presidente non ha avuto né lo staff né la forza per imporre le nuove regole.
Ecco allora che la tesi di Tremonti che il pericolo continua non è infondata e che quindi come ora molti investitori hanno ripreso a comprare titoli di Stato, grazie alla regia di Draghi, non è escluso che riportati i valori in alto ricominci la danza. È per questo che il taglio drastico del debito italiano deve avvenire subito, indipendentemente dagli obblighi di riduzione fissato dal Fiscal compact. Infatti, se ripartisse la danza, che peraltro non è ancora del tutto terminata, ancora una volta i soldi più facili la speculazione li farebbe operando contro Bot e Btp, essendo il mercato dei titoli di Stato italiano il più efficiente in termini operativi e il più vasto per la dimensione del debito. Quindi ideale per chi vuole speculare.
Tremonti ha dimostrato anche indirettamente che il pericolo permane, ha ricordato che si illude chi pensa che senza la reintroduzione di regole rigide sulle operazioni finanziarie il debito italiano possa essere sostenibile anche senza tagliarlo drasticamente ma semplicemente con il taglio del deficit o il pareggio di bilancio, cioè solo preoccupandosi dei flussi e non dello stock. Basta ricordare che solo nell'aprile dell'anno scorso lo spread fra Btp e Bund era intorno a 100 punti base e appunto Tremonti poteva affermare che il debito italiano era solido e tranquillo. Da aprile, per di più, sono state fatte ulteriori manovre per ridurre il deficit e allora le agenzie di rating hanno cominciato a diffondere l'idea che l'Italia non ce l'avrebbe fatta perché non cresceva abbastanza. Che quindi era inevitabile downgradarla. La valanga ha preso il via e non si è arrestata che quando il rendimento dei titoli a 10 anni è arrivato al 7%.
Certamente l'azione di recupero di credibilità da parte di Monti e l'arrivo di Draghi alla Bce ha contribuito alla svolta, confermando di fatto la tesi di Tremonti che il disastro hanno cominciato quando la maggioranza del governo Berlusconi è venuta meno per la scissione di Gianfranco Fini. Senza una maggioranza certa e politicamente coesa, inevitabilmente, il Paese è diventato ancora più attaccabile. Come è noto il governo Monti è a termine: durata massima fino alla scadenza naturale della legislatura nella primavera dell'anno prossimo. E nessuno oggi può fare serie previsioni su che cosa uscirà fuori dalle urne. Potrebbe rinascere una vera, seria maggioranza di centrodestra, senza la Lega; potrebbe formarsi (più difficile per come oggi litigano) una maggioranza di centrosinistra; ma potrebbe anche emergere un pareggio disperante se poi non nascesse, sulle ceneri dell'attuale super maggioranza, un altro governo di unità nazionale anche se formato da politici eletti. Se tutto ciò non avvenisse e se per allora l'Italia non avesse tagliato drasticamente il debito, diventerebbe di nuovo il bersaglio più grosso e più lucroso di una nuova speculazione, poiché è improbabile che nel frattempo da parte degli organismi globali vengano varate nuove, rigide regole per cacciare la finanza dal tempio. Anche per una ragione pratica, ammesso che il futuro presidente americano lo volesse: quando si voterà in Italia, saranno solo tre mesi da quando il nuovo presidente Usa sarà in carica. Nessuno, neppure il capo dell'ex più grande potenza del mondo, ammesso appunto che lo voglia, può fare miracoli.
Quindi, Signor Presidente del Consiglio, si affretti ad affrontare di petto, come ha dimostrato di saper fare, la questione del taglio drastico del debito. Se lo farà sarà il coronamento della sua azione e soprattutto la riforma strutturale più importante che potrà consegnare al Paese. (riproduzione riservata)
Paolo Panerai
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