

«Non prendiamoci per i fondelli».
Nella apparente volgarità, la frase di Sergio Marchionne, in occasione del referendum per lo stabilimento di Pomigliano d'Arco, resta una pietra miliare non solo per il futuro della Fiat ma anche del Paese. Tuttavia, è stato necessario un altro passaggio, la giusta intransigenza nei confronti dei tre operai sabotatori dello stabilimento di Melfi, perché la posizione realistica, laica, appassionata di Marchionne sulla necessità che nel Paese molte cose cambino, a cominciare dalla mentalità vetero sindacale della Cgil, per smuovere il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, a fare dichiarazioni di adesione piena alla linea rinnovatrice del capo della casa torinese.
Marchionne è stato bravissimo a condurre l'affondo con la decisione di far rientrare i tre operai-sabotatori in fabbrica, impedendo però loro di avvicinarsi alla catena di montaggio. Il loro appello al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha generato una presa di posizione assolutamente non condivisibile dell'inquilino del Quirinale, il quale mentre ha chiesto che la Fiat rispetti la legge (e la Fiat l'ha rispettata, reintegrando i tre), non ha però detto una parola sul comportamento dei tre estremisti di Melfi. Marchionne non si è scosso neppure un poco e con un intervento da vero leader dei manager italiani (e un po' anche americani) ha completato la sua analisi oltre la storica frase dei fondelli. Una posizione ferma, sia pure rispettosa dell'istituzione Presidente della Repubblica, che inevitabilmente ha spinto il Quirinale a plaudire alle parole dell'amministratore delegato di Fiat, correggendo così in maniera marcata il tiro rispetto alla reprimenda di pochi giorni prima. Fare il Presidente della Repubblica non è certamente facile, ma neppure schierarsi dovrebbe essere facile, come invece con una certa frequenza il presidente Napolitano sta facendo.
Giocando con abilità dialettica, Marchionne ha vinto un'importante battaglia, dimostrando che nelle cause di lavoro troppo spesso la magistratura parte schierata. Riuscendo peraltro a spiazzare la Cgil, invitando a un incontro il suo segretario, Guglielmo Epifani. C'è da augurarsi che al vertice della Confindustria e nelle varie associazioni imprenditoriali nel Paese abbiano imparato la lezione.
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Basta un cordial a Villa Campari per dire che non ci saranno elezioni anticipate?
MF-Milano Finanza non crede.
La realtà politica non è mutata. È solo mutata la strategia di comunicazione e si sono un po' allungati i tempi.
Se per Umberto Bossi le elezioni anticipate sono un'occasione per capitalizzare in termini di voti la compattezza del partito e gli ottimi risultati della gestione al ministero degli Interni guidato da Roberto Maroni, per il premier Silvio Berlusconi le elezioni a breve sono la via per mettere fuori gioco Gianfranco Fini, costringendolo a lasciare il palcoscenico della presidenza della Camera in seguito alla fine della legislatura, e per sottrarsi all'estenuante guerriglia che i finiani gli faranno sui singoli provvedimenti di legge dopo aver votato la fiducia per il loro evidente interesse a non andare subito al voto.
Ma se la realtà politica non è cambiata, perché allora sia Bossi sia Berlusconi, dopo l'incontro sul Lago Maggiore, hanno dichiarato che non ci saranno elezioni a breve? In primo luogo, appunto, per il cambio di strategia comunicazionale. Si sono accorti tutti e due che dichiarando esplicitamente gli obiettivi, davano un vantaggio all'opposizione e ancor più a Fini. E soprattutto irritavano Napolitano per il fatto di voler surrogare il Capo dello Stato nel dichiarare finita la legislatura, prim'ancora di una crisi del governo in sede parlamentare, alterando così la forma costituzionale. Era stato soprattutto Bossi a dichiarare che in ogni caso si doveva andare al voto, mentre Berlusconi, più accorto, ripeteva che le elezioni sarebbero state inevitabili se i finiani non avessero rispettato la volontà degli elettori, non votando la fiducia al governo.
Ma al di là delle esigenze di comunicazione e di riservatezza dei reali obiettivi, per Berlusconi è emersa un'altra precisa esigenza: avere il tempo minimo per fare approvare il processo breve, ribattezzato processo ragionevole, come rete di sicurezza rispetto alla probabile dichiarazione di incostituzionalità della legge che ha istituito il legittimo impedimento dei ministri, i quali per espletare l'attività governativa hanno la possibilità di non presentarsi, assenti giustificati, alle udienze dei processi.
A mettere in campana Berlusconi è stata la decisione della Corte costituzionale di anticipare a dicembre l'esame della richiesta di verifica costituzionale della legge che ha istituito il legittimo impedimento. L'anticipo è più che un messaggio sulle probabili intenzioni della Suprema corte di togliere al premier lo scudo con il quale di fatto realizza l'obiettivo che era del lodo Alfano di non far soggiacere a processi il capo del governo almeno per il tempo in cui è in carica. Andare alle elezioni immediate, senza avere una rete di sicurezza di un'altra legge che gli faccia da scudo ai processi, per Berlusconi sarebbe stata un'imprudenza.
Ecco allora che per il capo del Pdl la nuova strategia è di rimanere in carica, superando il voto di fiducia di settembre (quindi non parlando più di elezioni immediate), per il tempo necessario a far approvare la riforma della giustizia con appunto la fissazione di tempi contenuti per la durata dei processi, in modo da mettere fuori ruolo quelli a suo carico che sono in corso da molti anni per la costante introduzione da parte dei pm di nuove argomentazioni e nuove indagini connesse agli originali fatti di processo.
Ma come può sperare il presidente Berlusconi di far passare la riforma della giustizia quando i finiani di Futuro e libertà hanno già dichiarato a più voci che la priorità non è la giustizia e soprattutto una giustizia con contenuti di interesse personale, ma piuttosto i provvedimenti di rilancio dell'economia e di aiuto alle famiglie?
La risposta sta nel balletto che si è consumato nei giorni scorsi fra il presidente del Consiglio e l'Udc di Pierferdinando Casini da una parte e Bossi dall'altra. Aveva più che fondamento l'ipotesi che l'Udc potesse sostituire nel sostegno al governo il gruppo di Fini: è infatti da almeno due mesi che, discutendo del futuro della giunta regionale siciliana, Berlusconi e l'Udc - anche senza un coinvolgimento diretto di Casini - di fatto stanno esaminando come ricostituire l'alleanza dopo lo strappo preelettorale. E il primo risultato di questo rinnovato dialogo è l'accordo per la nomina del centrista Michele Vietti a vicepresidente del Csm. La quasi unanimità dei consensi per il capo operativo dell'organo di autocontrollo della magistratura si è infatti avuta perché tutti gli esponenti del Pdl hanno sostenuto l'ex deputato piemontese, principale autore di una buona riforma del diritto societario. Ed è particolarmente significativo che il primo atto coordinato fra Pdl e Udc sia avvenuto per il governo dell'organo più importante nell'area gestionale della giustizia. Ma altrettanto importante è stata la presa di posizione di Casini che ha escluso la possibilità di un governo nuovo del quale non faccia parte il Pdl, vincitore delle elezioni, bloccando così sul nascere qualsiasi ipotesi di governo auspicato dal Pd.
Il buon esito dell'accordo, propiziato dal senatore Salvatore Cuffaro che del resto è il portatore di larga parte dei voti Udc, ha spinto i due partiti a tentare l'affondo appunto perché il partito presieduto da Casini potesse sostituire nel sostegno al governo i voti eventualmente negati dai finiani, nonostante fosse nota l'assoluta opposizione al ritorno nella maggioranza dell'Udc da parte di Bossi. Per almeno due ragioni: perché l'Udc è un partito attento al Sud e perché con l'Udc nella maggioranza inevitabilmente il peso della Lega si riduce notevolmente. L'indirizzo di parole volgari da parte di Bossi verso Casini e la risposta di Casini che Bossi sta cercando di assalire le banche non è stata che l'estrinsecazione di questo durissimo contrasto di interessi fra le due forze.
Quindi, nell'incontro a Villa Campari, Berlusconi si è presentato con in tasca la carta Udc, che è diventata merce di scambio per convincere Bossi a non insistere sul voto immediato e dare tempo al presidente del Consiglio di far approvare la riforma della giustizia. L'accordo è stato facilmente trovato perché tutto sommato il rinvio può garantire alla Lega il varo definitivo del federalismo fiscale e perché Bossi è potuto uscire dall'incontro dando in pasto al suo popolo che l'Udc non entra nella maggioranza.
Questa epilogo era già ben presente sia al Pdl che all'Udc che infatti avevano e hanno una soluzione di riserva, chiarita dopo l'esito del colloquio a Villa Campari dal segretario del partito centrista, Lorenzo Cesa: l'Udc rimane all'opposizione ma voterà con la maggioranza ogni volta che riterrà che i provvedimenti legislativi siano nell'interesse del Paese. Come dire: appoggio esterno, ma già ben definito su alcune materie precise, come il sostegno al Sud e la giustizia, proseguendo nel filone della collaborazione già instaurata per l'elezione di Vietti a vicepresidente del Csm. Berlusconi sa che il partito di Casini darà i voti necessari per sostituire gli eventuali franchi tiratori del gruppo di Fini su un progetto di riforma della giustizia che riequilibri il potere dei magistrati, rendendo la giustizia più efficiente e quindi capace di processi più corti, con un limite massimo temporale per la sentenza. Quindi un principio generale condivisibile da tutti coloro che hanno posizioni equilibrate, nell'interesse di un Paese che ha assoluto bisogno di una giustizia efficiente e allo stesso tempo utile a Berlusconi, anche questa volta, per risolvere l'assedio dei magistrati. Legge ad personam? Anche, ma l'Udc ha in casa un esempio di come la lentezza della giustizia possa essere anche umanamente dirompente: l'attuale senatore Calogero Mannino ha dovuto aspettare più di 20 anni, conoscendo anche il carcere, prima di essere assolto dall'accusa di concorso esterno in attività mafiosa. Non è difficile immaginare che l'Udc non negherà il sostegno a una legge di riforma della giustizia, già preparata dal ministro Angiolino Alfano, che elimini la possibilità di questi casi mostruosi. Con un effetto in più nel momento in cui la decisione di andare ad elezioni anticipate tornerà operativa: di prospettare una nuova alleanza anche con l'Udc. In fin dei conti la rottura avvenne solo perché Berlusconi voleva inglobare anche l'Udc nel Pdl. L'esperienza con Fini potrà rendere Berlusconi più flessibile. (riproduzione riservata)
Paolo Panerai
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